Lavoro da remoto vs lavoro da ufficio: cosa dicono davvero i dati

Un dialogo tra produttività, smart working in Italia e relazioni. E la domanda che il remoto ha lasciato aperta.

Chiara · GET OUT · 12 ottobre 2026 · 9 min di lettura

Laptop aperto su un tavolo all'aperto, luce naturale

il dove l'abbiamo risolto

3,5 milioni di italiani lavorano da remoto. La produttività regge, le dimissioni calano, ma gli incontri si fanno più rari. Ne parliamo in forma di dialogo, con le fonti e la lettura di GET OUT.

Questa è la prima lettera del blog di GET OUT. L'abbiamo scritta come si scrive una newsletter a qualcuno che conosci: con calma, con qualche numero e con molte domande. È un dialogo vero, ricostruito da una lunga chiacchierata tra due persone del progetto: Chiara, che GET OUT lo sta costruendo, e Luca, 38 anni, sviluppatore, che lavora da remoto da cinque anni e ha cambiato tre case, due città e almeno quattro opinioni sul tema.


Il punto di partenza: una domanda sbagliata

Luca: Ogni volta che si parla di lavoro da remoto la domanda è sempre la stessa, "meglio casa o meglio ufficio?", e io ho l'impressione che sia una domanda costruita apposta per litigare, perché ognuno risponde con la propria vita e nessuno con i dati.

Chiara: È vero, ed è il motivo per cui volevamo cominciare questo blog proprio da qui, dai dati, prima ancora che dalle nostre idee. Perché se guardi le ricerche serie degli ultimi anni scopri una cosa abbastanza sorprendente: la risposta "casa o ufficio" non esiste, esistono invece delle conseguenze diverse a seconda di come è organizzata la tua vita intorno al lavoro.

Luca: Allora partiamo dall'Italia, che è il posto che conosco meglio. Quanti siamo, davvero?

Chiara: Secondo l'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2024 i lavoratori da remoto in Italia erano circa 3 milioni e 555mila, praticamente stabili rispetto ai 3,58 milioni del 2023, con una crescita stimata a 3,75 milioni per il 2025. E la cosa interessante non è tanto il numero complessivo, quanto il modo in cui si distribuisce: nelle grandi imprese lo smart working cresce e tocca quasi due milioni di persone, mentre nelle PMI si torna indietro, verso l'ufficio.

Luca: Quindi non è vero che "il remoto è finito", come leggo ogni tanto.

Chiara: No, non è finito. Si è assestato, e si è diviso: c'è chi lo ha consolidato come parte normale del lavoro e chi ha deciso di tornare alla presenza. Ed è proprio in questa divisione che, secondo noi, nascono le domande più interessanti, perché milioni di persone hanno ormai un lavoro che non richiede un luogo fisso, ma continuano a vivere come se lo richiedesse.

Milioni di persone hanno un lavoro che non chiede un luogo fisso, ma continuano a vivere come se lo chiedesse.

Produttività: la questione che tutti vogliono chiudere

Luca: Però la prima obiezione dei manager è sempre la produttività. "A casa si lavora meno." Lo hai sentito anche tu.

Chiara: L'ho sentito mille volte, ed è anche la domanda su cui oggi abbiamo le risposte più solide. Lo studio più citato è quello di Nicholas Bloom, economista di Stanford, pubblicato su Nature nel giugno 2024: un esperimento controllato su 1.612 dipendenti di Trip.com, una grande azienda tecnologica, divisi a caso tra chi lavorava sempre in ufficio e chi lavorava da casa due giorni a settimana.

Luca: E che cosa è venuto fuori?

Chiara: Che il lavoro ibrido non ha peggiorato né le valutazioni delle prestazioni né le promozioni nei due anni successivi, e nemmeno le righe di codice scritte dagli ingegneri. In compenso ha aumentato la soddisfazione e ha ridotto le dimissioni di un terzo, soprattutto tra le donne, tra chi non aveva ruoli manageriali e tra chi aveva tragitti lunghi per arrivare in ufficio. E c'è un dettaglio che mi fa sempre sorridere: i 395 manager coinvolti, prima dell'esperimento, pensavano che il lavoro da casa avrebbe ridotto la produttività di circa il 2,6%; dopo, avevano cambiato idea e stimavano un piccolo effetto positivo.

Luca: Quindi il problema non è la produttività.

Chiara: Per molti lavori qualificati, no, o comunque non è il problema principale. La stessa rivista Nature, però, in un editoriale di commento ricorda che altri studi hanno trovato effetti negativi del lavoro completamente da remoto, per esempio sulla collaborazione tra team diversi e sulla nascita di idee davvero nuove. E qui, se ci pensi, il punto si sposta: non è che da soli si lavori peggio, è che da soli si incontrano meno persone, e le idee spesso nascono proprio dagli incontri che non avevi pianificato.

Il dato che non vogliamo usare male

Luca: Arriviamo alla parte delicata. Si dice spesso che chi lavora da remoto sia solo. Io non mi sento una persona sola, e mi infastidisce un po' questa narrazione.

Chiara: Infastidisce anche noi, ed è una delle prime regole che ci siamo dati in GET OUT: non raccontare chi lavora da remoto come una persona triste da salvare. Però i dati vanno letti, e letti bene. Il report State of the Global Workplace 2024 di Gallup dice che, a livello mondiale, circa un dipendente su cinque ha provato molta solitudine il giorno precedente all'intervista. E tra tutte le variabili analizzate, il luogo di lavoro è quella che mostra le differenze più grandi: 25% tra chi lavora completamente da remoto, 21% tra chi lavora in modalità ibrida, 16% tra chi lavora solo in sede.

Luca: Quindi tre persone su quattro, tra quelle completamente da remoto, non si sentono sole.

Chiara: Esatto, ed è così che preferiamo leggerlo. Non è un'epidemia, è una differenza di nove punti. Ma è una differenza reale, e secondo noi dice una cosa precisa: l'ufficio, con tutti i suoi difetti, faceva un lavoro che non stava scritto da nessuna parte, cioè metterti accanto ad altre persone senza che tu dovessi organizzarlo. Quando quel lavoro sparisce, qualcuno lo sostituisce benissimo, con la famiglia, gli amici, un quartiere vivo; qualcun altro si accorge, dopo un po', che le giornate sono diventate molto ordinate e un po' strette.

Luca: "Ordinate e un po' strette." Mi ci ritrovo più di quanto vorrei ammettere.

Chiara: C'è anche un altro dato dello stesso report che trovo molto significativo: chi è davvero coinvolto nel proprio lavoro, chi lo trova sensato e si sente legato al proprio team, è molto meno esposto alla solitudine. Quindi non è il computer a casa il problema in sé: è quanto senso e quanta relazione ci sono intorno a quel computer.

Che cosa vuol dire, per noi, tutto questo

Luca: Va bene, i numeri li abbiamo. Ma GET OUT che cosa ne fa? Perché non state vendendo un ufficio, giusto?

Chiara: No, e non stiamo nemmeno dicendo "tornate in ufficio". La lettura che facciamo noi è questa: il lavoro da remoto ha risolto molto bene il problema del dove lavorare, e ha lasciato aperto il problema del con chi vivere il tempo intorno al lavoro. L'ufficio tradizionale univa le due cose in modo rigido; casa tua le separa in modo altrettanto rigido. Noi cerchiamo una terza possibilità, che chiamiamo Ufficio Diffuso: un piccolo gruppo di persone, tra 5 e 12, che per 3–4 settimane vive in una casa comoda e adatta a lavorare, ognuno con il proprio lavoro e i propri orari, ma con un luogo e delle persone con cui condividere tutto il resto.

Luca: Detta così sembra un coliving.

Chiara: Ci assomiglia, e non abbiamo nessun problema a dirlo. La differenza di base è che in un coliving di solito le persone arrivano e partono in continuazione, mentre un Capitolo di GET OUT comincia e finisce insieme, con lo stesso piccolo gruppo. È un dettaglio che sembra organizzativo, ma cambia tutto: in tre settimane con le stesse persone fai in tempo a costruire una routine, a capire chi ama camminare la mattina presto e chi vuole silenzio fino alle undici, a cenare insieme senza doverti presentare ogni sera.

Luca: E il lavoro? Perché la mia paura è sempre quella: vado in un posto bello e poi non riesco a lavorare.

Chiara: È la paura più sensata di tutte, e per questo la casa è il centro del progetto: connessione affidabile, spazi per le call, angoli per stare da soli, una bella vista che non sia solo una cartolina ma un posto dove passare otto ore. E nessuna attività obbligatoria, nessun programma di "crescita personale". Lavori come sempre. Fuori dal lavoro, se vuoi, c'è qualcuno.

Il lavoro da remoto ha risolto il dove. Ha lasciato aperto il con chi.

Le domande che ci facciamo ancora

Luca: Ultima domanda, onesta. Che cosa non sapete ancora?

Chiara: Molte cose, e preferiamo dirlo. Non sappiamo ancora quale sia la durata ideale per tutti, anche se le prime risposte ci dicono che tre o quattro settimane sono un buon equilibrio tra abitudine e cambiamento. Non sappiamo quali luoghi funzioneranno meglio: stiamo valutando il nord della Spagna in primavera, le Canarie, la montagna italiana fuori stagione, la Sardegna, la Grecia d'estate. E soprattutto vogliamo capire meglio come vivono davvero le persone che lavorano da remoto in Italia, tra i 30 e i 45 anni, che non sono nomadi digitali e non cercano una vacanza, ma vorrebbero che la libertà di dove lavorare si vedesse un po' di più anche nella vita.

Luca: Ed è per questo che c'è il Remote Life Check.

Chiara: Sì. Non è un test psicologico e non ti dà un voto: sono una trentina di domande su lavoro, casa, relazioni, ritmi e desideri, che ti restituiscono una fotografia di come stai vivendo il lavoro da remoto in questo momento. A noi servono per capire, a chi lo fa servono spesso per mettere in fila cose che sentiva già.

Luca: Allora lo faccio stasera. A casa, ovviamente.

Chiara: Ovviamente.


In sintesi: lavoro da remoto vs lavoro da ufficio

  • In Italia circa 3,55 milioni di persone lavoravano da remoto nel 2024; il fenomeno è stabile e cresce nelle grandi imprese.
  • Produttività: l'esperimento di Stanford su 1.612 dipendenti mostra che il lavoro ibrido non peggiora prestazioni né promozioni e riduce le dimissioni di un terzo.
  • Collaborazione e idee: il lavoro completamente da remoto può rendere più rari gli incontri non pianificati da cui nascono collaborazioni e idee nuove.
  • Relazioni: secondo Gallup la solitudine riguarda il 25% di chi lavora completamente da remoto contro il 16% di chi lavora in sede; la maggioranza non si sente sola, ma la differenza esiste.
  • La lettura di GET OUT: il remoto ha risolto il dove lavorare; resta aperta la domanda su con chi vivere il tempo intorno al lavoro. L'Ufficio Diffuso prova a rispondere con piccoli gruppi, case adatte a lavorare e periodi condivisi.

Fonti

  1. Osservatorio Smart Working, Politecnico di Milano — Ricerca 2024, sintesi in Tra Smart Working e Return-to-Office e ItaliaOggi, 29 ottobre 2024.
  2. Il Sole 24 Ore, Come va lo smart working in Italia? Ecco chi lo abbandona e perché, 23 ottobre 2024.
  3. Bloom N., Han R., Liang J., Hybrid working from home improves retention without damaging performance, Nature, 2024. Sintesi: Stanford Report.
  4. Nature, editoriale Hybrid working has benefits over fully in-person working — the evidence mounts, 12 giugno 2024.
  5. Gallup, 1 in 5 Employees Worldwide Feel Lonely, da State of the Global Workplace 2024.

Il dialogo è stato riscritto e condensato per la lettura. I dati sono riportati come pubblicati dalle fonti citate; le interpretazioni sono quelle del progetto GET OUT.

Domande frequenti

FAQ

Il lavoro da remoto riduce la produttività?+

Secondo l'esperimento di Nicholas Bloom pubblicato su Nature nel 2024, il lavoro ibrido con due giorni da casa non ha peggiorato prestazioni né promozioni e ha ridotto le dimissioni di un terzo.

Quante persone lavorano da remoto in Italia?+

L'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano stima circa 3,55 milioni di lavoratori da remoto nel 2024, con una previsione di 3,75 milioni nel 2025.

Chi lavora da remoto è più solo?+

Gallup (2024) rileva solitudine nel 25% di chi lavora completamente da remoto, nel 21% degli ibridi e nel 16% di chi lavora in sede. La maggioranza non si sente sola, ma la differenza esiste.

Che cos'è l'Ufficio Diffuso di GET OUT?+

Un piccolo gruppo di 5–12 persone che per 3–4 settimane vive in una casa adatta a lavorare: ognuno lavora come sempre, fuori dal lavoro c'è un luogo e ci sono persone con cui condividere il tempo.

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