
GET OUT — Research Notes
Il lavoro è cambiato.
Stiamo cercando di capire come siamo cambiati noi.
Dati, studi e voci reali per capire come il lavoro remoto influenza le nostre giornate.
GET OUT non nasce da una certezza. Nasce da una serie di domande. Non per dimostrare che il remote work sia un problema, ma per capire quali problemi può creare intorno, per alcune persone, in alcuni momenti della vita.
In particolare vogliamo osservare come vivono il lavoro remoto gli italiani tra circa 28/30 e 45 anni: una fascia che spesso combina un lavoro ormai strutturato, più autonomia, più bisogno di privacy, reti sociali meno automatiche rispetto agli anni universitari, desiderio di mobilità e allo stesso tempo responsabilità e vincoli maggiori.
01 / Solitudine
87.317
lavoratori
0 giorni → 5+ giorni da remoto
Uno studio pubblicato nel 2025 ha analizzato i dati di oltre 87 mila lavoratori statunitensi.
Le persone che lavoravano da remoto 3–4 giorni alla settimana mostravano probabilità maggiori di riportare livelli più alti di solitudine rispetto a chi non lavorava da remoto; l’associazione compariva anche tra chi lavorava da remoto almeno cinque giorni alla settimana.
Per chi lavorava da remoto soltanto uno o due giorni, invece, l’associazione non risultava significativa.
Questo non significa che “il remote work rende soli”. Più il lavoro elimina occasioni quotidiane di presenza fisica, più diventa importante capire che cosa esiste al loro posto.
Non sempre manca una relazione. A volte mancano semplicemente occasioni spontanee di stare con qualcuno.
Fonte: He, Wei, Goodman & Pagán, Journal of Affective Disorders, 2025
02 / Movimento
−2.564
passi al giorno
+31 minuti sedentari
Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2025 ha raccolto 38 studi e dati relativi a oltre 282 mila lavoratori.
Lavorare da casa era associato mediamente a circa 2.564 passi in meno al giorno rispetto al lavoro in presenza e a circa 31 minuti sedentari in più durante l’orario lavorativo. Gli autori sottolineano comunque l’eterogeneità tra gli studi.
La cosa interessante è che molti di quei passi non erano “sport”. Erano vita: andare al lavoro, uscire a pranzo, camminare fino alla metro, passare da un collega, fare una commissione tornando a casa.
Forse non abbiamo bisogno soltanto di allenarci di più. Forse abbiamo bisogno di giornate che ci facciano muovere di più senza pensarci.

03 / Dopo i 30
Non è necessariamente più difficile avere amici. Ma cambia il contesto in cui li costruiamo.
Una meta-analisi di 277 studi e 177.635 partecipanti ha osservato che le reti sociali globali tendono a crescere fino alla giovane età adulta e poi a ridursi progressivamente; in particolare, reti personali e amicizie tendono a restringersi nel corso dell’età adulta.
Non significa che dopo i 30 siamo destinati a essere soli. Significa che molti dei contesti che prima rendevano le relazioni quasi automatiche — scuola, università, prime esperienze lavorative, grandi gruppi — possono diventare meno presenti.
E se anche il lavoro si sposta dentro casa, un altro contesto quotidiano di incontro può ridursi.
Fonte: Wrzus, Hänel, Wagner & Neyer, Psychological Bulletin, 2013
04 / Quantità vs qualità
A vent’anni quantità.
A trent’anni qualità.
Uno studio longitudinale ha seguito partecipanti per circa trent’anni.
Le analisi suggerivano che a 20 anni la quantità delle interazioni sociali fosse maggiormente associata ad alcuni esiti successivi, mentre intorno ai 30 anni diventava particolarmente rilevante la qualità delle interazioni.
Il problema, dopo una certa età, potrebbe non essere: “non conosco abbastanza persone”. Potrebbe essere: “conosco persone continuamente, ma poche restano abbastanza da diventare davvero importanti”.
Fonte: Carmichael, Reis & Duberstein, Psychology and Aging, 2015
Perché partiamo dall’Italia
Una lente più specifica.
Molte ricerche sul lavoro remoto e sul nomadismo digitale nascono da campioni internazionali. GET OUT vuole aggiungere una lente più specifica: capire come queste dinamiche vengono vissute da remote worker italiani in una fase adulta della vita.
Gli studi che citiamo in questa pagina non riguardano necessariamente il target italiano di GET OUT: li usiamo come contesto e li confronteremo con i dati raccolti direttamente dalla nostra community.
Non sappiamo ancora se i bisogni siano gli stessi. Ed è proprio per questo che stiamo facendo ricerca.
05 / Le voci
I dati ci dicono una parte della storia. Le persone ce ne raccontano un’altra.
Field note 001
“Quanto resterai?”
Field note 002
“Appena ti abitui a un letto, è arrivato il momento di abbandonarlo.”
Field note 003
“I primi mesi sono un luna park. Poi piano piano ti stabilizzi.”
Field note 004
“Chi è a casa pensa che tu sia sempre in vacanza.”
Queste non sono statistiche. Sono esperienze individuali. Non possiamo usarle per dire che “tutti i remote worker si sentono così”. Ma ci aiutano a formulare domande migliori.
Che cosa significa appartenere a un luogo quando sappiamo che ripartiremo? Quanto pesa dover ricostruire ogni volta una routine? Quanto cambia una relazione quando sappiamo già che potrebbe durare una settimana?

06 / Cosa stiamo cercando di capire
La ricerca di GET OUT parte ora.
Il Remote Life Check raccoglierà informazioni su cinque dimensioni: WORK — MOVE — CONNECT — ROOT — FREEDOM. Vogliamo capire come le persone stanno vivendo il remoto: quanta libertà hanno, quanta ne utilizzano, quanto movimento e relazione entrano nelle giornate, cosa impedisce loro di lavorare altrove e cosa vorrebbero trovare quando chiudono il computer.
Non vogliamo costruire GET OUT sulla nostra idea di remote life. Vogliamo costruirlo osservando quella reale.
Field notes / Prologo
Fuori dal lavoro.
Persone, luoghi e giornate che danno forma a GET OUT.







