
GET OUT — Research Notes
Il lavoro è cambiato.
Stiamo cercando di capire come siamo cambiati noi.
Dati, studi e voci reali per capire cosa succede intorno al lavoro remoto.
GET OUT non nasce da una certezza. Nasce da alcune domande. Qui raccogliamo studi, dati, esperienze e voci reali per capire cosa sta cambiando intorno al lavoro remoto.
Non vogliamo dimostrare che il lavoro da remoto faccia male: gli studi ci danno un contesto, le persone ci aiutano a capire come viene vissuto davvero.
01 / Solitudine
87.317
lavoratori
0 giorni → 5+ giorni da remoto
Uno studio pubblicato nel 2025 ha analizzato oltre 87 mila lavoratori statunitensi. Chi lavorava da remoto 3–4 giorni alla settimana, e anche chi lo faceva almeno 5 giorni, mostrava una maggiore probabilità di riportare livelli più alti di solitudine rispetto a chi non lavorava da remoto. Per chi lavorava da remoto solo uno o due giorni, l’associazione non risultava significativa.
Questo non significa che “il remote work rende soli”. Significa che, quando diminuiscono le occasioni quotidiane di presenza fisica, diventa più importante capire cosa le sostituisce.
Non sempre manca una relazione. A volte mancano occasioni spontanee di stare con qualcuno.
Fonte: He, Wei, Goodman & Pagán, Journal of Affective Disorders, 2025
02 / Movimento
−2.564
passi al giorno
+31 minuti sedentari
Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2025 ha raccolto 38 studi e dati relativi a oltre 282 mila lavoratori. In media, lavorare da casa era associato a circa 2.564 passi in meno al giorno e a circa 31 minuti sedentari in più durante l’orario lavorativo. Gli autori sottolineano comunque una forte eterogeneità tra gli studi.
La cosa interessante è che molti di quei passi non erano “sport”. Erano vita. Andare al lavoro. Uscire a pranzo. Camminare fino alla metro. Fare una commissione. Passare da qualcuno.
Forse non abbiamo bisogno solo di allenarci di più. Forse abbiamo bisogno di giornate che ci facciano muovere senza pensarci.

03 / Dopo i 30
Non è necessariamente più difficile avere amici. Ma cambia il contesto in cui li costruiamo.
Una meta-analisi di 277 studi e oltre 177 mila partecipanti ha osservato come le reti sociali tendano a cambiare nel corso della vita adulta e, in particolare, come amicizie e reti personali possano restringersi con l’età.
Non significa che dopo i 30 siamo destinati a essere soli. Significa che molti dei contesti che prima rendevano le relazioni quasi automatiche — scuola, università, primi lavori, grandi gruppi — diventano meno presenti.
E se anche il lavoro si sposta dentro casa, può scomparire un altro spazio quotidiano di incontro.
Fonte: Wrzus, Hänel, Wagner & Neyer, Psychological Bulletin, 2013
04 / Quantità vs qualità
A vent’anni conta molto quante occasioni abbiamo. Più avanti può contare di più che tipo di relazioni costruiamo.
Uno studio longitudinale ha seguito partecipanti per circa trent’anni. Le analisi suggerivano che, nella prima età adulta, la quantità delle interazioni sociali avesse un peso importante, mentre intorno ai 30 anni diventava particolarmente rilevante la qualità delle interazioni.
Non è una regola valida per tutti. Ma racconta bene una sensazione che ritroviamo spesso: il problema non è sempre “non conosco abbastanza persone”. A volte è:
“Conosco continuamente persone, ma poche restano abbastanza da diventare davvero importanti.”
Fonte: Carmichael, Reis & Duberstein, Psychology and Aging, 2015
05 / Perché partiamo dall’Italia
Una lente più specifica.
Molte ricerche sul lavoro remoto e sul nomadismo digitale utilizzano campioni internazionali. GET OUT vuole aggiungere una lente più specifica: capire come queste dinamiche vengono vissute da remote worker italiani in una fase adulta della vita.
Gli studi che citiamo non descrivono necessariamente il nostro pubblico. Ci danno un contesto. Il resto vogliamo raccoglierlo direttamente dalle persone.
Una risposta al Check è un segnale, non la prova che un Capitolo funzionerà o che qualcuno lo prenoterà. Distinguiamo ciò che osserviamo, la nostra interpretazione e quello che resta da verificare.
Non sappiamo ancora se i bisogni siano gli stessi. È esattamente per questo che stiamo facendo ricerca.
06 / Le voci
I dati ci dicono una parte della storia. Le persone ce ne raccontano un’altra.
Field note 001
“Quanto resterai?”
Field note 002
“Appena ti abitui a un letto, è arrivato il momento di abbandonarlo.”
Field note 003
“I primi mesi sono un luna park. Poi piano piano ti stabilizzi.”
Field note 004
“Chi è a casa pensa che tu sia sempre in vacanza.”
Queste non sono statistiche. Sono esperienze individuali. Ma ci aiutano a formulare domande che i numeri, da soli, non riescono a fare.
Cosa significa appartenere a un luogo sapendo che ripartiremo? Quanto pesa ricostruire ogni volta una routine? Quanto cambia una relazione quando sappiamo già che potrebbe durare una settimana?

Il lavoro è solo una parte della giornata.

07 / Cosa stiamo cercando di capire
La ricerca di GET OUT parte ora.
Il Remote Life Check osserva cinque dimensioni: WORK — MOVE — CONNECT — ROOT — FREEDOM. Vogliamo capire quanta libertà le persone hanno e quanta ne usano davvero. Quanto movimento entra naturalmente nelle giornate. Quanto contano continuità, socialità e autonomia. Cosa impedisce di lavorare altrove. E soprattutto cosa vorremmo trovare quando chiudiamo il computer.
Non vogliamo costruire GET OUT sulla nostra idea di remote life. Vogliamo costruirlo osservando quella reale.
Field notes / Prologo
Fuori dal lavoro.
Persone, luoghi e giornate che danno forma a GET OUT.











