Lavorare altrove, senza trasformare ogni momento in contenuto
Il computer serve per lavorare. La foto può servire per guardare. E il resto della giornata non deve per forza dimostrare qualcosa.
GET OUT · 15 ottobre 2026 · 7 min di lettura

Puoi cambiare paesaggio e continuare a guardarlo come uno sfondo. Un dialogo immaginato su fotografie, attenzione e vita da remoto, per capire che cosa significa abitare un luogo invece di mostrarlo.
Questo è un dialogo immaginato tra Chiara e Davide, non un’intervista o una testimonianza di viaggio. Le ricerche citate sono reali; i pensieri dei personaggi sono costruzioni editoriali. Nessuna pratica descritta viene proposta come cura per la stanchezza digitale o come obbligo per i partecipanti a GET OUT.
«Sono stato lì. Non so quanto l’ho guardato»
Davide: L’ultima volta che ho lavorato qualche giorno fuori dalla mia città, ho scattato più foto che in tutto il mese precedente. Quando sono tornato, avevo un album molto convincente: caffè, computer, panorama, luce del pomeriggio. Però se mi chiedi che cosa ricordo del posto, a parte le immagini, faccio un po’ più fatica. Non è che non ci sia stato. È che a volte mi sembra di averlo usato come sfondo.
Chiara: Mi colpisce «convincente». Come se l’album dovesse dimostrare che il cambiamento aveva funzionato.
Davide: In parte sì. Se hai la possibilità di lavorare altrove, sembra quasi che debba venirne fuori una vita visibilmente migliore. Non basta fare una giornata normale con un paesaggio diverso. Devi aver approfittato dell’occasione, vedere cose, incontrare persone, produrre ricordi. E possibilmente avere qualcosa da mostrare.
Chiara: Forse questo articolo parte proprio da quella pressione. Non dal numero di ore davanti allo schermo, e neppure dall’idea che fotografare sia sbagliato, ma dal momento in cui anche la vita fuori dal lavoro comincia a chiederti un risultato.
La fotografia non è il contrario dell’attenzione
Davide: Detto da GET OUT è curioso, perché il progetto ha tantissime immagini. Il diario fotografico è una parte della vostra identità.
Chiara: Infatti non avrebbe senso dire «posa la macchina fotografica e vivi davvero», come se guardare attraverso un obiettivo rendesse falsa un’esperienza. La ricerca di Kristin Diehl, Gal Zauberman e Alixandra Barasch, pubblicata nel 2016, va proprio contro una contrapposizione così semplice. In tre esperimenti sul campo e sei in laboratorio, scattare fotografie ha aumentato il piacere di esperienze positive in diversi contesti, quando aiutava il coinvolgimento. L’effetto non era automatico: era meno probabile quando l’esperienza era già molto coinvolgente o quando fotografare interferiva con ciò che stava succedendo. Fonte: articolo APA.
Davide: Quindi la foto può farmi guardare meglio, non solo distrarmi.
Chiara: Può. Cercare un dettaglio, aspettare una luce, accorgersi di un gesto sono modi di stare dentro una scena. Ma decidere come apparirà quella scena agli altri può diventare un’attività diversa. Il medesimo telefono può accompagnare l’attenzione o spostarla; non possiamo giudicarlo soltanto contando gli scatti.
Davide: È meno comodo di una regola tipo «massimo tre foto al giorno».
Chiara: Ma più vicino alla vita. Non vogliamo costruire un altro punteggio, questa volta per dimostrare quanto siamo presenti.
Il luogo non è una prova della tua libertà
Davide: A me pesa soprattutto il confronto. Se vedo qualcuno fare una camminata all’alba e poi lavorare otto ore, il mio martedì con una call e una spesa sembra una versione mancata della stessa possibilità.
Chiara: Perché confronti la tua giornata con ciò che di un’altra giornata è stato scelto per essere mostrato. Non sappiamo che cosa è successo prima o dopo quella camminata. E non serve accusare chi pubblica una foto: possiamo riconoscere il limite dell’immagine senza trasformare le persone che la fanno in un problema.
Davide: Però nel lavoro da remoto il panorama diventa spesso la prova che stai usando bene la libertà. Una parete qualunque sembra un’occasione persa.
Chiara: È una lettura che non vogliamo alimentare. Puoi lavorare bene in una stanza normale e passare un pomeriggio importante senza una sola foto interessante. Un luogo può contare perché cominci a riconoscere una strada o una persona, non perché offre una vista nuova ogni giorno.
Non tutto ciò che rende diversa una giornata deve diventare visibile a qualcuno.
Abitare non vuol dire completare una lista
Davide: Allora come capisci che sei davvero entrato in un posto, se non dal numero di cose che hai visto?
Chiara: Non credo che ci sia un indicatore. Per me può significare tornare nello stesso luogo senza sentire di perdere tempo, conoscere il percorso per comprare il pane o fare una passeggiata che non finisce in un punto memorabile. Sono immagini possibili, non risultati che GET OUT promette.
Davide: Mi viene da dire che il lavoro, paradossalmente, ti obbliga a una ripetizione. Non puoi andare in giro tutto il giorno, quindi fai una vita più normale.
Chiara: Può succedere, ma dobbiamo essere precisi: lavorare non garantisce una relazione più profonda con un territorio. Puoi restare assorbito dalle tue scadenze e vedere poco anche in un mese. Il tempo disponibile è una condizione, non una prova di presenza. La nostra domanda è che cosa mettiamo intorno al lavoro perché il posto non resti soltanto ciò che intravedi dalla finestra.
Davide: Non necessariamente altre attività da incastrare, quindi.
Chiara: Esatto. Una giornata troppo piena può lasciarti la stessa sensazione di dover completare qualcosa che hai già al computer. Per questo il primo Capitolo non nasce come un itinerario da spuntare o un programma di esperienze da consumare.
L’analogico come linguaggio, non come superiorità
Davide: E il diario analogico? Perché questa scelta se il problema non è il digitale?
Chiara: Nel Manifesto la fotografia fa parte del modo in cui GET OUT vuole raccontare la vita, non soltanto promuovere una destinazione. L’analogico è una scelta di linguaggio. Possiamo apprezzarne l’attesa e la materialità senza affermare che un rullino migliori scientificamente l’attenzione o renda un ricordo più autentico.
Davide: Quindi non ci sarà una graduatoria tra chi ha una macchina a pellicola e chi fa una foto col telefono.
Chiara: No. E non devi fotografare per sentirti parte del progetto. Se il diario finisse per chiedere alle persone di rendere ogni cena interessante, avremmo confuso la vita con il materiale per raccontarla. L’immagine dovrebbe arrivare da qualcosa che succede, non costringere quel qualcosa a succedere per l’immagine.
Davide: Anche una foto bella può essere una scelta personale, senza dover diventare un messaggio al mondo.
Chiara: Certo. Puoi tenerla per te, condividerla o non farla. Il punto non è scegliere la forma giusta una volta per tutte, ma lasciare spazio a motivi diversi.
Non un ritiro senza telefono
Davide: A questo punto qualcuno penserà che GET OUT sia un posto dove si consegna il telefono all’ingresso.
Chiara: Non è l’idea. Le persone devono continuare a lavorare e il digitale è spesso una parte essenziale di quel lavoro, dei loro legami e della loro autonomia. Non proponiamo un ritiro di disconnessione, né un trattamento per la stanchezza digitale. Immaginiamo una casa e alcune settimane in cui il tempo fuori dal lavoro possa avere anche altre forme, senza obbligare tutti a viverle nello stesso modo.
Davide: Potrei avere una giornata difficile e finire sul divano a guardare qualcosa, senza dover dimostrare che sto sfruttando il mare.
Chiara: Sì. Altrimenti cambierebbe il panorama e resterebbe la stessa pressione. Per noi una possibilità interessante è poter scegliere di uscire con qualcuno, magari senza un programma preciso, ma anche poter restare. Il valore non dovrebbe dipendere da quanto bene racconti la tua scelta.
Una domanda da portare, non una regola da seguire
Davide: Mi rimane una domanda abbastanza piccola: questa foto mi sta aiutando a guardare o mi sta facendo pensare a come verrò guardato?
Chiara: È una domanda utile proprio perché non impone sempre la stessa risposta. A volte fotografi per attenzione, a volte per memoria, a volte per condividere qualcosa con una persona lontana. Non devi trovare una motivazione pura. Puoi soltanto accorgerti se il racconto sta diventando più urgente dell’esperienza.
Davide: E forse un posto può lasciarmi qualcosa anche se, tornando, non ho una storia particolarmente brillante da raccontare.
Chiara: Forse sì. GET OUT nasce anche da questo desiderio: non dover dare alla vita una forma convincente prima ancora di viverla. Il diario può raccontare una parte. Il resto può restare fuori campo.
Se ti riconosci in questa tensione puoi fare il Remote Life Check, che invita a riflettere sul tuo modo di vivere il remoto, senza misurare quanto sei bravo a viaggiare. Se ti interessa un contesto diverso per alcune settimane, leggi il Prologo: il primo Capitolo è ancora in preparazione e la candidatura non è una prenotazione.
Fonti e limiti di questa lettera
- Diehl, Zauberman e Barasch, How Taking Photos Increases Enjoyment of Experiences. Journal of Personality and Social Psychology, 2016, testo APA. Nove esperimenti: gli effetti dipendono dal coinvolgimento e dall’eventuale interferenza del fotografare. Non prova la superiorità dell’analogico e non studia specificamente i remote worker.
- GET OUT, Manifesto. Fonte del posizionamento editoriale e del diario fotografico: una scelta culturale, non un trattamento o un beneficio scientificamente dimostrato.
- GET OUT, Prologo. Lavoro quotidiano, autonomia e condivisione spontanea sono le ipotesi del progetto, non un programma di disconnessione obbligatoria.
Il contrasto tra vivere e mostrare, e le domande suggerite nel dialogo, sono interpretazioni editoriali. Non viene diagnosticata una dipendenza né prescritta una pratica per la salute mentale.


