Cambiare città senza ricominciare da zero: il bisogno di una base, non di una fuga
Non sempre vuoi una nuova vita. A volte vuoi un margine dentro quella che hai già.
GET OUT · 12 ottobre 2026 · 9 min di lettura

cambiare aria, non identità
Un dialogo immaginato sul desiderio di vivere altrove per qualche settimana senza perdere lavoro, routine e legami. Autonomia e appartenenza possono convivere: la ricerca offre domande, GET OUT prova a tradurle in un contesto concreto.
Questa conversazione tra Chiara e Andrea, quarant'anni, è immaginata: non racconta partecipanti reali né esperienze già organizzate da GET OUT. Le fonti sono indicate nel testo; il primo Capitolo è ancora in preparazione.
«Mi piace la mia vita. Vorrei soltanto viverla altrove per un po'»
Andrea: «Mi accorgo che quando dico che vorrei partire, la prima domanda è sempre da cosa voglio scappare. E faccio fatica a rispondere perché non c'è una cosa precisa: il mio lavoro mi piace, ho persone a cui voglio bene, conosco il quartiere, non sto cercando di cancellare tutto. Vorrei semplicemente passare qualche settimana in un posto diverso, continuando a lavorare, senza che questo desiderio debba diventare un annuncio di crisi o la promessa di una vita nuova.»
Chiara: «Forse abbiamo poche parole per il cambiamento che non sia definitivo. O raccontiamo che va tutto bene e quindi restiamo, oppure raccontiamo un grande prima e dopo: mollo il lavoro, vendo casa, ricomincio. In mezzo ci sono desideri molto meno teatrali, come cambiare la vista dalla finestra e avere una giornata diversa intorno alle stesse responsabilità. Non mi sembrano desideri meno importanti soltanto perché non producono una storia spettacolare.»
Andrea: «Il punto è che non voglio reinventarmi, voglio riconoscermi anche altrove. Continuare ad avere una mattina in cui so cosa devo fare, poter seguire le mie scadenze e poi, quando smetto, non ritrovarmi per forza nella stessa sera. Mi piace avere una base; mi piacerebbe che, ogni tanto, quella base non fosse sempre nello stesso posto.»
Non tutte le forme di libertà assomigliano al viaggio continuo
Chiara: «Quando si parla di lavoro da remoto, spesso l'immagine che arriva è qualcuno con un portatile davanti a un paesaggio bellissimo, come se la libertà fosse soprattutto una sequenza di luoghi. Ma ci sono persone che si muovono molto e stanno bene, persone che scelgono una sola città e stanno bene, e persone che vorrebbero una possibilità intermedia. Non dobbiamo decidere che una versione sia più coraggiosa delle altre.»
Andrea: «Per me organizzare continuamente uno spostamento diventerebbe un altro lavoro. Non è un giudizio su chi lo fa, è un limite concreto della mia giornata: se devo consegnare un progetto, non ho voglia di dedicare tutte le pause a confrontare alloggi, cercare una connessione, capire dove andare a cena e rifare le presentazioni ogni tre giorni. L'itinerario mi interessa meno della possibilità di arrivare e sentire, dopo un po', che so stare lì.»
Chiara: «Quindi non stai chiedendo meno libertà, stai chiedendo una libertà che non ti tolga tutta la struttura. Una casa in cui il lavoro abbia posto, dei ritmi abbastanza prevedibili, e un contesto che lasci spazio alla curiosità senza rendere ogni dettaglio una decisione da prendere. È una distinzione importante anche per GET OUT, perché non vogliamo convincere chi lavora da remoto a diventare nomade per forza.»
Andrea: «Esatto, la cosa che mi farebbe dire sì non è poter raccontare che ho cambiato cinque paesi, ma la possibilità di avere un martedì normale e, allo stesso tempo, diverso. Una giornata in cui faccio bene il mio lavoro e mi resta un po' di energia per guardarmi intorno.»
Autonomia e appartenenza non sono necessariamente opposte
Chiara: «C'è un riferimento che mi aiuta a leggere questo bisogno senza trasformarlo in una diagnosi. Nella teoria dell'autodeterminazione di Richard Ryan ed Edward Deci, autonomia, competenza e relazione sono tre bisogni psicologici di base. È un quadro teorico generale, non uno studio sui viaggi o sui Capitoli di GET OUT, ma ci ricorda che voler scegliere per sé e voler essere in relazione non sono desideri incompatibili.»
Andrea: «Mi sembra quasi banale detta così, ma nella vita a volte la tratto proprio come una scelta: se voglio essere libero, devo essere pronto a fare tutto da solo; se voglio sentirmi parte di qualcosa, devo rinunciare a decidere come usare il mio tempo. E nessuna delle due versioni mi convince davvero.»
Chiara: «La nostra interpretazione parte da lì: forse si può cercare un contesto in cui hai una stanza, i tuoi orari, il tuo lavoro e anche persone vicine con cui condividere qualcosa, senza che ogni momento diventi collettivo. Lo studio non dimostra che una casa condivisa realizzi questi bisogni; ci offre il linguaggio per chiederci se il modo in cui immaginiamo quella casa li rispetti, oppure se a forza di parlare di community finiamo per sacrificare l'autonomia.»
Andrea: «Per esempio, io potrei aver voglia di cenare insieme il primo giorno e il secondo no. Non perché gli altri mi siano antipatici, ma perché ho avuto troppe conversazioni di lavoro e vorrei una sera quieta. Se devo giustificarlo, la casa smette di sembrarmi una base e diventa un altro posto in cui interpretare una parte.»
Cambiare luogo non significa cancellare i legami
Chiara: «La ricerca sulla mobilità residenziale di Shigehiro Oishi osserva come i trasferimenti di residenza si associno a differenti modi di vivere identità e relazioni. La cito con un limite molto netto: si parla di mobilità residenziale, non di tre settimane fuori, e non possiamo usare quel lavoro per dire che un soggiorno breve produca gli stessi effetti o che spostarsi faccia bene o male in assoluto.»
Andrea: «Quindi non mi stai suggerendo di cambiare città per diventare più aperto o per trovare finalmente il mio gruppo.»
Chiara: «No. Mi interessa che gli studi ci aiutino a fare domande più precise, non a confezionare una promessa. Il desiderio di muoversi non rende meno veri i legami che hai già; il desiderio di restare non ti rende meno libero. Nella lettura di GET OUT, un periodo altrove dovrebbe potersi inserire nella vita che esiste, non richiedere di svalutarla per giustificare una partenza.»
Andrea: «Io infatti non ho bisogno di una nuova appartenenza che sostituisca quella vecchia. Vorrei aggiungere un pezzo. Continuare a chiamare le persone di casa, sapere che torno, e nel frattempo avere qualcuno lì con cui una sera posso cucinare senza che debba essere un evento. È meno grande di “cambiare vita”, ma è abbastanza da interessarmi.»
La parte meno fotografabile del cambiamento
Chiara: «Quando immaginiamo un luogo, il paesaggio è la prima cosa che vediamo. Ma se devi viverci e lavorarci, contano anche dettagli molto meno fotografabili: la spesa, il rumore, le call simultanee, dove lasci le cose, se puoi chiudere una porta, quanto tempo perdi per fare quello che a casa fai senza pensarci. Una casa può essere bellissima e inadatta a una normale settimana di lavoro.»
Andrea: «E io non partirei se dovessi passare tutti i giorni a cercare un bar da cui fare le call, sperando che nessuno accenda la musica mentre parlo. Per me la vista è importante, ma arriva dopo la possibilità di lavorare. Altrimenti quella libertà la pago con un'ansia che mi segue dalla mattina alla sera.»
Chiara: «Per questo nell'Ufficio Diffuso il lavoro non è un dettaglio da nascondere per far sembrare tutto più bello. Cerchiamo una casa comoda e accogliente, con spazi per la concentrazione e la privacy, connessione affidabile e luoghi comuni in cui ritrovarsi. Sono criteri da verificare nella scelta della casa, non servizi che possiamo dichiarare già disponibili in un alloggio confermato.»
Andrea: «Mi piace che non si tratti di trasformare ogni giornata in una vacanza. Una mattina posso essere concentrato per cinque ore e non vedere niente di speciale, poi la sera andare a fare due passi. Se il posto funziona soltanto quando ho tutto il tempo libero del mondo, allora non è il posto che mi serve adesso.»
Un Capitolo: abbastanza tempo per una routine, non una nuova identità
Chiara: «L'ipotesi del primo Capitolo è circa tre-quattro settimane con cinque-dodici persone che lavorano realmente da remoto, nello stesso periodo. Non pensiamo alla durata come a una soglia scientifica che garantisca relazioni o benessere: è una scelta di progetto, da verificare, per avere più di un weekend senza chiedere a chi parte di spostare definitivamente la propria vita.»
Andrea: «Mi interessa il tempo condiviso più del numero. Se arriviamo in un periodo simile, dopo qualche giorno posso smettere di chiedere chi lavora di notte, chi ha una call alle otto, chi cerca silenzio dopo pranzo. Posso iniziare a capire come si vive insieme, invece di ricominciare sempre dalla prima conversazione.»
Chiara: «Sì, pur senza immaginare un gruppo perfetto o amici automatici. Non tutti avranno gli stessi orari, e avere un lavoro remoto non basta a rendere compatibili due persone. Il senso delle pre-candidature è anche conoscere condizioni concrete, bisogni di privacy e aspettative, prima di scegliere la casa e il periodo. Non riempire posti e sperare che la community si formi da sola.»
Andrea: «E se alla fine capisco che non è realistico per me, perché ho un impegno, un budget diverso o non posso lavorare da un altro paese, non devo trasformarlo in una sconfitta.»
Chiara: «Esattamente. Anche il permesso di lavorare altrove va verificato con la propria situazione professionale: remoto non significa automaticamente qualunque paese, e una casa non elimina vincoli aziendali o personali. GET OUT deve stare dentro la vita reale, non chiederti di fingere che quei vincoli non esistano.»
Partire senza raccontarsi una fuga
Andrea: «Allora la parola che cercavo forse è margine. Non la libertà di non avere responsabilità, ma uno spazio dentro le responsabilità che restano. Vorrei poter partire senza dover spiegare che sono infelice, e tornare senza sentire di aver fallito una rivoluzione.»
Chiara: «È una buona descrizione di quello che vorremmo rendere possibile. Il primo Capitolo è ancora nel Prologo: non abbiamo una data e una casa definitive da venderti, abbiamo un'idea abbastanza precisa da metterla in dialogo con chi potrebbe viverla. La rete di basi in più luoghi è una visione futura, non un servizio già attivo. Oggi il passo concreto è capire quali condizioni renderebbero sensato quel primo pezzo di vita altrove.»
Se ti riconosci in questo bisogno, puoi raccontarcelo nella candidatura al primo Prologo, senza prenotazione né impegno economico. Se vuoi prima fermarti sulla tua situazione, puoi fare il Remote Life Check. Non serve scegliere una nuova identità: basta partire da una domanda che riguarda la vita che hai già.
Fonti e interpretazione
- Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2000), Self-determination theory and the facilitation of intrinsic motivation, social development, and well-being, American Psychologist, 55(1), 68–78. Teoria generale dei bisogni di autonomia, competenza e relazione; non evidenza di efficacia per GET OUT.
- Oishi, S. (2010), The Psychology of Residential Mobility: Implications for the Self, Social Relationships, and Well-Being, Perspectives on Psychological Science, 5(1), 5–21. Rassegna sui trasferimenti residenziali, da non equiparare a un soggiorno temporaneo.
- GET OUT, Come funziona e Primo Capitolo: fonti sul progetto in preparazione, non studi scientifici.
I collegamenti tra questi temi e una base temporanea sono una nostra lettura: non presentiamo la partenza come una soluzione universale né come una promessa di benessere.


