GET OUT: e se non dovessimo aspettare le vacanze per sentirci parte di qualcosa?

Una riflessione su come è nata l'idea di GET OUT, sul significato di community e sulla possibilità di vivere temporaneamente altrove senza dover mettere in pausa la propria vita.

GET OUT · 29 ottobre 2026 · 10 min di lettura

Candidati al primo Prologo
Tavoli e sedute in uno spazio comune aperto sulla natura

A volte le idee nascono da qualcosa che manca. Non necessariamente da un grande problema, da un'esperienza negativa o dal desiderio di cambiare radicalmente la propria vita. Possono nascere da una sensazione più semplice, che ritorna in momenti diversi e che all'inizio facciamo fatica a riconoscere.

Magari hai un lavoro che ti piace, una routine che hai costruito con attenzione e una libertà che fino a qualche anno fa non avresti immaginato di avere. Puoi lavorare da casa, organizzare le giornate in autonomia e, in alcuni casi, scegliere di trascorrere un periodo in un'altra città o in un altro Paese. Eppure, ogni tanto, ti accorgi che ciò che desideri non è necessariamente andare più lontano, vedere più posti o aggiungere nuove esperienze alla tua vita.

Vorresti semplicemente avere più occasioni per condividerla.

Non soltanto con le persone che conosci già, ma anche con persone nuove, che magari stanno attraversando un momento simile al tuo. Persone con cui parlare di lavoro, progetti, dubbi, viaggi o cose assolutamente insignificanti. Persone con cui trascorrere del tempo senza dover organizzare ogni volta un incontro, un'attività o una serata.

È da questa riflessione che prende forma GET OUT.

Non dall'idea che le nostre vite siano sbagliate o che abbiamo bisogno di lasciarci tutto alle spalle. Ma dalla convinzione che, anche quando stiamo bene, possa esserci spazio per qualcosa di diverso.

Abbiamo imparato a lavorare da qualsiasi luogo. Ma non sempre sappiamo dove andare.

Il lavoro da remoto ha cambiato il modo in cui immaginiamo la nostra quotidianità. Per molte persone non è più necessario vivere vicino a un ufficio, attraversare la città ogni mattina o organizzare le ferie come unico momento dell'anno in cui poter partire.

In teoria, le possibilità sono enormi.

Possiamo trascorrere qualche settimana vicino al mare, vivere temporaneamente in montagna, esplorare una città che ci incuriosisce o semplicemente cambiare ambiente senza interrompere il lavoro.

Ma tra avere la possibilità di partire e farlo davvero esiste una distanza che spesso sottovalutiamo.

Dove andare? Per quanto tempo? Con chi? Come trovare una casa adatta a lavorare? Come capire se in quel luogo ci saranno persone con cui condividere il tempo libero? E soprattutto, ha senso partire da soli per continuare a trascorrere le giornate davanti allo stesso computer, soltanto in una stanza diversa?

Non per tutti queste domande rappresentano un problema. C'è chi ama viaggiare da solo, chi riesce a costruire nuove relazioni con facilità e chi trova nella solitudine una delle parti più piacevoli della propria libertà.

Ma ci sono anche persone che vorrebbero partire e che, più che una destinazione, stanno cercando un contesto.

Non necessariamente un gruppo di amici già formato. Non un viaggio organizzato con un programma preciso. Piuttosto, la possibilità di arrivare in un luogo sapendo che ci saranno altre persone con cui condividere una parte della quotidianità.

Persone che, come loro, lavorano durante il giorno e hanno voglia di vivere qualcosa anche al di fuori del lavoro.

Non volevamo creare un'altra vacanza organizzata

Quando abbiamo iniziato a immaginare GET OUT, una delle domande più importanti riguardava proprio il tipo di esperienza che volevamo costruire.

Esistono viaggi di gruppo, retreat, camp, workation e coliving che propongono programmi ricchi di attività, occasioni per socializzare e momenti organizzati. Sono esperienze che possono essere bellissime, soprattutto per chi desidera condividere interessi specifici o avere un itinerario già definito.

Ma noi volevamo partire da un'altra idea.

Ci interessava ciò che succede tra un'attività e l'altra. Nei momenti che normalmente non entrano nei programmi e che, proprio per questo, possono diventare i più spontanei.

Una persona che propone di andare a vedere il tramonto dopo aver finito di lavorare. Qualcuno che torna dal supermercato e chiede se gli altri vogliono cucinare insieme. Due persone che scoprono di avere una passione in comune e decidono di trascorrere il weekend fuori. Una conversazione che inizia mentre si prepara il caffè e continua fino a quando ci si accorge che è già ora di cena.

Sono situazioni semplici, che possono nascere ovunque. Non richiedono un'organizzazione particolare, ma hanno bisogno di qualcosa che nella vita adulta non è sempre facile trovare: tempo condiviso, familiarità e occasioni per incontrarsi.

GET OUT nasce dal desiderio di creare le condizioni perché questi momenti possano accadere.

Non possiamo programmare un'amicizia. Non possiamo garantire che persone sconosciute diventino importanti le une per le altre. Non possiamo nemmeno sapere in anticipo quali conversazioni, esperienze o incontri renderanno speciale un determinato periodo.

Possiamo però costruire un contesto che renda tutto questo più possibile.

Una casa, un gruppo di persone e la libertà di vivere le proprie giornate

Il cuore di GET OUT è semplice.

Immaginiamo alcune settimane in cui un piccolo gruppo di persone che lavorano da remoto full time vive nella stessa casa, in una destinazione scelta con attenzione. Il progetto è nella fase di Prologo: casa, date e condizioni definitive non sono ancora confermate. Ognuno continua a svolgere il proprio lavoro, mantenere i propri impegni e organizzare il tempo come preferisce. Non ci sono attività obbligatorie, programmi da seguire o aspettative su quanto si debba partecipare alla vita del gruppo.

C'è una casa in cui vivere, uno spazio adatto a lavorare e una community con cui condividere ciò che succede al di fuori delle proprie responsabilità quotidiane.

Chiamiamo questi periodi Chapters.

Ci piace pensare a un Chapter come a un piccolo capitolo della propria vita. Non necessariamente qualcosa che segna un prima e un dopo, né un'esperienza che deve trasformarci. Semplicemente, alcune settimane che decidiamo di vivere in modo diverso, senza interrompere tutto il resto.

Puoi arrivare con un progetto importante da portare avanti, una settimana piena di riunioni o la necessità di concentrarti sul lavoro. Puoi voler trascorrere molto tempo con gli altri oppure avere bisogno di momenti per conto tuo. Puoi essere una persona socievole, ma anche qualcuno che inizialmente impiega un po' di tempo a sentirsi a proprio agio.

Non crediamo che esista un unico modo giusto di vivere un'esperienza condivisa.

Crediamo, invece, che una community funzioni meglio quando le persone possono essere se stesse, senza sentire di dover interpretare continuamente una versione più interessante, più estroversa o più disponibile di ciò che sono.

Perché per noi la community non è semplicemente un gruppo di persone

La parola community viene utilizzata così spesso che a volte rischia di perdere significato. Può indicare un gruppo online, una newsletter, persone che seguono lo stesso brand o partecipanti a un evento. Tutte forme di aggregazione che possono avere un valore, ma che non coincidono necessariamente con il tipo di relazione che vogliamo costruire.

Per GET OUT, la community non è qualcosa che esiste soltanto perché un gruppo di persone si trova nello stesso luogo.

È qualcosa che può svilupparsi quando esistono attenzione reciproca, rispetto, curiosità e la disponibilità a condividere una parte della propria vita con gli altri.

Per questo immaginiamo gruppi relativamente piccoli. Non perché dieci o dodici persone siano automaticamente più compatibili di trenta, ma perché una dimensione contenuta permette di riconoscersi, incontrarsi più volte e creare una familiarità che in gruppi molto grandi può essere più difficile da costruire.

Anche il processo di candidatura nasce da questa intenzione.

Non vogliamo selezionare persone in base a quanto siano interessanti sulla carta, al lavoro che svolgono o al numero di Paesi che hanno visitato. Non ci interessa costruire un gruppo di persone tutte uguali, con le stesse passioni e lo stesso stile di vita.

Al contrario, crediamo che le differenze possano rendere un'esperienza molto più ricca.

Ci interessa capire cosa porta una persona a desiderare un Chapter, quali aspettative ha rispetto alla convivenza e se il suo modo di intendere l'esperienza sia compatibile con quello degli altri partecipanti.

Una community non deve essere composta da persone identiche. Deve essere un contesto in cui persone diverse possano stare bene insieme.

Non devi essere un nomade digitale per desiderare qualcosa di diverso

Quando si parla di lavorare viaggiando, spesso vengono in mente immagini molto precise: persone che cambiano Paese continuamente, lavorano da spiagge tropicali e sembrano vivere in una vacanza permanente.

Ma il lavoro da remoto è molto più vario di così.

C'è chi lavora da casa da anni e non ha mai provato a farlo da un'altra città. Chi ha una relazione stabile, una casa e una vita che ama, ma desidera concedersi qualche settimana in un ambiente diverso. Chi lavora come freelance, chi è dipendente di un'azienda, chi gestisce un'attività propria. Chi viaggia spesso e chi, invece, ha sempre pensato che partire da solo non facesse per lui.

Non crediamo che per partecipare a GET OUT sia necessario identificarsi con un particolare stile di vita.

Non devi voler lasciare il tuo Paese. Non devi essere alla ricerca di una nuova versione di te stesso. Non devi aver visitato mezzo mondo, parlare cinque lingue o avere una personalità particolarmente estroversa.

Devi lavorare da remoto full time — come dipendente, freelance, founder, consulente o creativo — avere la possibilità di farlo da un altro luogo per un periodo e la curiosità di condividere la quotidianità con persone nuove.

Per alcuni sarà un modo per scoprire un luogo. Per altri, un'occasione per uscire dalla propria routine. Per altri ancora, la possibilità di conoscere persone che stanno vivendo una fase simile della vita.

E va bene che ognuno arrivi con motivazioni differenti.

La spontaneità non si organizza. Ma si può lasciare spazio perché accada.

Questa è probabilmente la parte più importante della nostra idea.

Viviamo in un periodo in cui molte esperienze vengono costruite attorno a programmi, risultati e aspettative. Anche il tempo libero può diventare qualcosa da ottimizzare: visitare più luoghi, fare più attività, conoscere più persone, tornare a casa con qualcosa da raccontare.

Noi vorremmo provare a fare il contrario.

Non riempire ogni giornata, ma lasciare che abbia spazio per svilupparsi.

Non organizzare continuamente occasioni per socializzare, ma creare un ambiente in cui sia naturale incontrarsi.

Non promettere nuove amicizie, ma offrire il tempo e il contesto perché possano nascere.

Questo non significa lasciare tutto al caso. La scelta della casa, l'attenzione agli spazi, la composizione del gruppo e la presenza di una persona di riferimento sono elementi importanti. Una buona convivenza richiede cura, rispetto e un'organizzazione che spesso rimane invisibile.

Ma crediamo che questa organizzazione debba sostenere l'esperienza, non determinarne ogni momento.

Perché c'è una differenza enorme tra sentirsi parte di un gruppo e sentirsi obbligati a partecipare.

Forse non stiamo cercando una vita completamente diversa

Ci sono momenti in cui pensiamo che per stare meglio dovremmo cambiare qualcosa di importante. Un lavoro, una città, una relazione, il modo in cui trascorriamo le giornate. A volte questi cambiamenti sono necessari. Altre volte, invece, abbiamo semplicemente bisogno di uscire per un po' dai contesti in cui ci muoviamo abitualmente.

Non per scappare.

Non perché la nostra vita non ci piaccia.

Ma perché anche una vita che abbiamo scelto e costruito con attenzione può diventare più ricca quando le permettiamo di incontrare qualcosa di nuovo.

Una conversazione può farci scoprire un punto di vista che non avevamo considerato. Un'amicizia può nascere in un momento in cui non stavamo cercando nulla di particolare. Un luogo può diventare importante non tanto per ciò che abbiamo visto, ma per le persone con cui lo abbiamo vissuto.

Forse GET OUT nasce proprio da questo pensiero.

Dall'idea che non dobbiamo aspettare di essere insoddisfatti per desiderare qualcosa di diverso. Che possiamo amare la nostra quotidianità e volerla condividere con persone nuove. Che possiamo avere radici e continuare a essere curiosi. Che non dobbiamo necessariamente scegliere tra stabilità e movimento, tra indipendenza e appartenenza, tra il desiderio di stare da soli e quello di stare insieme.

E soprattutto, che non dobbiamo aspettare le prossime vacanze per concederci tutto questo.

GET OUT è un invito a uscire, ogni tanto, dai luoghi e dalle abitudini che conosciamo. Non per lasciare indietro la nostra vita, ma per scoprire cosa può succedere quando decidiamo di condividerne un piccolo capitolo con persone nuove.

Ti ritrovi in queste righe? Scopri che tipo di remote life stai vivendo.

Continua a leggere

Lettere da GET OUT

Non devi avere già una valigia pronta.

Una lettera ogni tanto sulla vita intorno al lavoro: un’osservazione, qualcosa che stiamo imparando, una domanda ancora aperta. Anche i dubbi e le scelte dietro GET OUT. Quando ci saranno casa e date confermate, te le racconteremo qui. Intanto possiamo parlarne, senza dover partire. Ti disiscrivi con un clic.